CERVUS – La morte e la primavera

CERVUS – La morte e la primavera è il nuovo spettacolo prodotto da Akerusia Danza. Una scrittora scenica liberamente ispirata ai  “Diari” di Vaslav Nijinsky (Primo studio).

Ideatore, coreografo, autore della scrittura scenica e unico interprete in scena, Fabrizio Varriale abita da solo lo spazio del palcoscenico, dando corpo e voce a uno degli episodi più laceranti della storia della danza del Novecento. Alla scrittura scenica di Varriale si intrecciano la drammaturgia testuale di Giuseppe Pompameo, musiche di Igor’ Fëdorovič Stravinskij con interventi di musica dal vivo del violoncellista Marco Di Paolo. Il disegno luci è di Libero de Martino; assistente alla coreografia e alla scrittura scenica è Chiara Alborino; direzione e coordinamento artistico di Elena D’Aguanno.

“𝘕𝘰𝘯 𝘮𝘪 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘵𝘳𝘦𝘨𝘶𝘢. 𝘓𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 è 𝘢𝘳𝘳𝘪𝘷𝘢𝘵𝘢 𝘢𝘭𝘭’𝘪𝘮𝘱𝘳𝘰𝘷𝘷𝘪𝘴𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦’ 𝘪𝘰 𝘭𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘷𝘰. 𝘔𝘪 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘱𝘢𝘻𝘻𝘰. 𝘐𝘰 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘷𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘷𝘪𝘷𝘰.”
𝘝𝘢𝘴𝘭𝘢𝘷 𝘕𝘪𝘫𝘪𝘯𝘴𝘬𝘺

Punto di partenza sono i Diari di Vaslav Nijinsky, il danzatore e coreografo di origini polacche che li scrisse in quarantacinque giorni, tra gennaio e marzo del 1919, alle soglie della malattia mentale. Quaderni febbrili, sospesi tra lucidità e vertigine, che restituiscono la forza e la fragilità dell’animo umano e la mente visionaria di un artista diventato emblema della danza moderna.

Sulla scena, Nijinsky è ormai confinato in una clinica, luogo della memoria dove riaffiorano la vita affettiva, la ricerca di Dio, il sacrificio, la follia. Accanto a lui prende forma un’altra presenza, immaginaria e potente: quella di un cervo, archetipo spirituale e messaggero tra il mondo umano e quello divino. Simbolo del legame primordiale e istintivo tra uomo e natura, tra conscio e inconscio, il cervo è forza selvaggia, ancestrale, sacrale e ciclica, e il suo sacrificio danzato, come ne Le Sacre du Printemps di Stravinskij, è necessario perché la primavera possa tornare.

Ne nasce un monologo fatto di corpo e voce, in cui la danza diventa preghiera e rito di im-possibile salvezza, e i segni della scena si fanno specchio della condizione umana, tra echi di narrazione e demoni interiori.

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